Cari amici podisti ormai ogni volta che faccio una maratona soccombo a un bisogno irrefrenabile, che mi dura tre giorni circa, di farvi partecipi delle mie emozioni.

 Mi chiedo, a volte, se ne siete contenti, non lo saprò mai. Forse è meglio.

 Comunque ero preparato a puntino, o meglio così credevo. Ero quasi euforico perché mai avevo fatto lunghi così incoraggianti. Poi venerdì arriva il primo starnuto.

 E sabato un mal di gola e un raffreddore da paura. Cosa faccio: mi metto in condizione di non rompere. Anche perché sono in compagnia. Perciò gocce e pillole varie. Cammino tutto il giorno. Alla sera cerco di prendere sonno e cosa succede, arriva la tensione della maratona. Insomma alla mattina sembravo più che un maratoneta una belina. Ma a colazione conosco un ragazzo di Carpi. Decidiamo di andare all’arrivo insieme e questo ragazzo mi confida di quanta fatica fa per poter correre  con il poco tempo che ha. La sua passione per la corsa e cosa meravigliosa è anche un chitarrista rock. Il suo unico intento è di finirla dignitosamente. Arrivati a Piazzale Michelangelo un po’ mi ero distratto e entrando nella gabbia assegnatami decido di mettermi tutto dietro. Mi concentro e tra l’altro sono vicino a un torinese, che per ironia della sorte, ha le mie stesse scarpe.  Perché dico per ironia? Perchè era l’unico, e ho guardato decine di piedi, che le aveva uguali a me. Quando si attende la partenza si fanno cose strane!!!! E al pomeriggio salendo sul treno chi incontro? Proprio lui che euforico mi dice: “Ho finito in tre ore!” . Mi sono seduto e non sapevo se ridere o se buttare via le scarpe. Ci penserò.

E dopo mezz’ora si parte. Fra l’altro un’umidità da pazzi. Per inciso quest’anno a Torino 30 gradi, praticamente idem a Pisa ed era primavera. Ora, dovrebbe essere freddo, 19 gradi, praticamente primavera. Invertendo i fattori di sicuro rimane la maratona, ma che sfiga.  Incredibilmente riesco a stare quasi  28-29 km con il palloncino delle tre ore. Tra l’altro una lepre perfetta. Mi dico è fatta. E al 29 arriva la botta. Crollo di schianto. E qui, cari amici podisti subentra la gente,  un tifo meraviglioso. Soprattutto gli spagnoli. Praticamente io sono arrivato in fondo grazie ai loro “VAMOS”. Ma una cosa per finire:  ogni maratona mi insegna sempre qualcosa. Io non nego che ero venuto per fare il tempo ma alla fine dopo che hai percorso 13 km sulle ginocchia, dove ti passano centinaia di amici podisti e molti di loro ti incitano,    riuscire ad arrivare alla fine è un’emozione indicibile.

 Praticamente la maratona è diventata per me una musa ispiratrice. Mi dà ogni volta quello che vuole darmi. E alla fine non ci sono recriminazioni.  Anche questa volta ho imparato molto. Avrei dovuto non partire o partire più piano ma ci ha pensato Lei. E comunque, se arrivi, alla fine un bacio e un abbraccio te lo concede sempre.

 Ciao a tutti e a tutti quello che vanno a Milano un grande in bocca al Lupo.

 

Danilo Pedretti